Campi Aperti per tutti!

di Beatrice Ruggieri

Pubblicato il 1 aprile 2018


Sempre più spesso sentiamo parlare di un graduale ritorno alla terra, di tanti giovani che decidono di invertire la rotta riportando alla luce tecniche e conoscenze agricole ormai desuete, con l’intento di produrre cibo locale e genuino. Ciò che si contesta, è evidente, è lo status quo. Poche ma potenti aziende agricole multinazionali, caratterizzate dall’utilizzo di sistemi invasivi per l’ambiente e il territorio, intensivi e specializzate in poche ma altamente diffuse monocolture. Campi Aperti, Associazione di contadini per la sovranità alimentare, è uno straordinario esempio di lotta, di resistenza e di cambiamento. Dopo aver preso contatti, siamo andati a trovare Germana e Carlo dell’azienda Cà Battistini di Savigno (BO), i quali ci hanno parlato con grande entusiasmo di una realtà esistente ormai già da quindici anni e di cui sono molto fieri di far parte.

Come si legge sul sito, «Campi Aperti è un’associazione fatta da agricoltori e consumatori che sostiene l’agricoltura biologica e contadina […] La produzione è rigorosamente biologica e di filiera corta, legata alla territorialità, alla stagionalità del prodotto e controllata attraverso un sistema di garanzia partecipata». Biologico, locale, stagionale e partecipato: l’esperimento ha tutti gli ingredienti giusti per una riuscita ottimale. I nostri due interlocutori ci raccontano di un sistema produttivo fatto di relazioni sociali, di incontri e concrete forme di solidarietà tra produttori e consumatori. «Non c’è un unico controllore» ci dicono mentre ci parlano del sistema della garanzia partecipata, «tutti possono, anzi devono partecipare per verificare la genuinità del prodotto». Al contrario della certificazione ufficiale dei prodotti biologici, che si basa prevalentemente sul controllo delle “carte”, il Sistema di Garanzia Partecipata di CampiAperti è una modalità di controllo “multisensoriale”: tutte le persone dell’associazione, produttori e co-produttori, sono invitati a farsi carico dell’affidabilità di tutti tenendo occhi, orecchie e cervello accesi. Per Campi Aperti, la comunità è importante o meglio fondamentale e gli stessi princìpi dell’associazione lo testimoniamo perfettamente: si parla di un’economia di relazione e di reti di economia solidale.

Costruire Relazioni più forti tra chi produce e chi acquista significa maggiore fiducia, maggiore sicurezza e anche più serenità dell’acquirente, che è ben contento di scambiare due chiacchiere con il produttore, di sapere come e dove sono coltivate le verdure che mangia o come sono allevati e nutriti gli animali con cui si producono salumi e formaggi tipici. Si riscopre cioè la convivialità tipica dei sempre più rari mercati di una volta. Carlo ci dice anche che, sempre secondo le regole della garanzia partecipata, “i produttori che desiderano entrare a far parte di Campi Aperti, dopo aver compilato la scheda di presentazione, devono attendere la visita in azienda aperta a tutti, in particolare ai produttori della stessa tipologia di prodotto” che così possono verificare l’affidabilità della persona e il valore del prodotto stesso. «Al termine di ciò», prosegue Carlo, «l’assemblea decide se quel produttore o quell’azienda possono entrare o meno nell’associazione». «I livelli di apertura, partecipazione e competenza sono molto elevati», sottolinea Germana, e sul sito leggiamo addirittura che, dopo un’assenza di quattro mesi, se le aziende intendono essere nuovamente presenti al mercato, devono ripresentarsi in assemblea per la riammissione. Essere corretti con gli altri membri dell’associazione è fondamentale, ma d’altronde, ci dicono Carlo e Germana che «dopo aver costruito un forte senso di comunità, è difficile se non impossibile anche solo pensare di comportarsi male o di non rispettare le regole».

La vendita diretta, la sola possibile con Campi Aperti, è una forma di resistenza che produce per un mercato diverso da quello della grande distribuzione. Per questo, ci dicono, che l’imperativo da seguire è quello della differenziazione: «se produci tonnellate di uno stesso prodotto, non ha senso vendere al mercato. Occorre differenziare, il che ovviamente è in controtendenza con le modalità e le leggi del mercato globale”. Poco di tutto, quindi, invece che tanto di poco. Un progetto che ha molto di politico: «tornare a produrre localmente, avvicinando la città alle campagne e viceversa, ridando voce e potere ai cittadini che non vogliono più accontentarsi di qualche etichetta sul barattolo, ma vogliono conoscere chi produce, vogliono partecipare per poi decidere». Sempre in reazione agli attuali sistemi di certificazione e garanzia di un prodotto, spesso del tutto inadatti a garantire la qualità di un prodotto, Campi Aperti ha aderito alla campagna Genuino Clandestino (Campagna per la libera lavorazione dei prodotti contadini), una forma di disobbedienza civile in campo alimentare nata nel 2010 che oggi può annoverare partecipanti da tutta Italia. Per fare un esempio, ci dice Carlo, che «il pane cotto nel forno a legno, pur avendo una tradizione antica e consolidata, sarebbe illegale da vendere nei mercati». Le odierne norme di etichettatura e certificazione, infatti, non fanno distinzione tra prodotti contadini e quelli delle grandi industrie alimentari, di fatto rendendo fuorilegge i primi. Per questo, Genuino Clandestino “rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, restituendo un diritto espropriato dal sistema neoliberista” si legge sul sito della campagna. Ora, come apprendiamo dai nostri interlocutori, nei mercato di Campi Aperti è pieno di prodotti genuini clandestini: «possiamo venderli, assumendocene la diretta responsabilità». Si tratta di un sistema contro corrente che sembra funzionare, che continua ad attrarre sostenitori desiderosi di costruire comunità territoriali, sostenere e diffondere le agricolture contadine a tutela dell’ambiente e degli esseri viventi, sostenere il principio di autodeterminazione alimentare, sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante.

L’attenzione è anche rivolta alla sostenibilità ambientale. Sono molte, infatti, le campagne nate all’interno di Campi Aperti per sensibilizzare i cittadini al problema della cementificazione e del consumo di suolo, oltre alle iniziative quotidiane del mercato per ridurre lo spreco di acqua e diminuire la quantità di rifiuti, dalla produzione alla vendita, incentivando il riuso dei contenitori e delle stoviglie, il recupero e il compostaggio degli scarti alimentari.

Inutile dire che di problemi ce ne sono molti, specialmente con le amministrazioni locali. «La nostra è una lotta. C’è una sorta di benevolenza nei nostri confronti, ma non sempre le amministrazioni ci hanno trattato in modo positivo. Abbiamo dovuto lottare per ottenere delle sovvenzioni e per raggiungere una certa visibilità all’interno del panorama cittadino. Ad esempio, ora, siamo in Piazza Verdi il lunedì, una conquista non da poco» ci assicurano Carlo e Germana.

Da piccola realtà alternativa con caratteristiche più simili a un gruppo d’acquisto che a un mercato contadino (cittadino), Campi Aperti ha fatto molta strada negli anni. Nel corso di quindici anni, la realtà dell’associazione si è trasformata pur mantenendo gli stessi principi ispiratori: oggi i produttori sono quasi un centinaio e i mercati biologici si svolgono ogni settimana dal lunedì al venerdì in varie zone della città di Bologna, attirando sempre più curiosi, oltre agli ormai numerosissimi aficionados. Il racconto di Carlo e Germana ne è una testimonianza preziosa e ci auguriamo che simili progetti continuino a nascere sul territorio bolognese e non solo!