Conflitti ambientali e trasformazioni planetarie. Dal Festival "Resilienze" emerge un imperativo: global warming is real!

Di Stefania Chiarella

In occasione della giornata mondiale dell’acqua, il nostro corso di laurea ha partecipato, nella serata del 22 marzo 2018, al secondo appuntamento di Resilienze, festival dedicato ai cambiamenti climatici, ai conflitti ambientali e alle trasformazioni planetarie.

Il festival crossmediale, organizzato da Kilowatt in collaborazione con COSPE onlus e Alce Nero, riunisce tre realtà parallele che, poco più di un anno e mezzo fa, si sono riunite per dare vita a un modo diverso di raccontare i temi dell’Agenda 2030. Inserito nell'ambito del Progetto #ROCK (Regeneration in Knowledge and Creative Cities) del Comune di Bologna, l’incontro “AcquAria: progetti di risparmio idrico e nuove sfide per respirare a pieni polmoni” è stato seguito dagli studenti del corso di Geografia dello sviluppo, coordinati dalla Professoressa Elisa Magnani. Jonathan Ferramola, di Radio Città del Capo, sottolineando la debole attenzione mediatica nei confronti dei cambiamenti climatici, auspica la creazione di uno storytelling che usufruisca di un incrocio di linguaggi capace di darci l’opportunità di parlare di questi argomenti senza sentirci schiacciati dall’emergenza.

Il compito di icebreaker è affidato alla Professoressa Magnani, che spiega come le tematiche della resilienza rivestano un ruolo chiave nella geografia; cercando di garantire un approccio accessibile a tutti, la geografia deve impegnarsi verso la terza missione, che sta prendendo sempre più piede. In particolare, sarebbe opportuno che tutti, al fine di acquisire una sempre maggiore consapevolezza, operassero il calcolo della propria impronta ecologica, cioè dell’impatto che ognuno di noi ha sull’ambiente.

Per Andrea Zinzani, ricercatore, occuparsi di ecologia dell’acqua significa riflettere sulla dimensione sociale e politica di un territorio. Partendo da riflessioni basate sull’impatto delle politiche internazionali nelle realtà locali, lo studioso si sofferma sull’importanza della comprensione dei meccanismi insiti nei processi gestionali e sulle diseguaglianze nell’accesso e nell’utilizzo dell’acqua; in particolare, piuttosto che sul ciclo idrogeologico, dovremmo soffermarci sullo studio del ciclo idrosociale, cioè sulle interazioni che intercorrono tra acqua, infrastrutture ed elementi sociali.

Giovanni Fini ci racconta invece di Blue Ap, Piano di adattamento ai Cambiamenti climatici del Comune di Bologna. Il bacino di Suviana, che in origine produceva energia idroelettrica, è riuscito a compensare i momenti di siccità che si sono registrati a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. Poiché la disponibilità idrica è costantemente in calo, in città dovrebbero essere attuati degli interventi mirati: dal miglioramento della rete dei canali (l’acqua del Navile non può essere utilizzata per l’agricoltura) al risanamento del torrente Aposa (per il quale c’è un progetto di Hera), fino a un intervento sul canale Fiaccacollo, in cui finiscono gli scarichi che inquinano le acque del Navile, compromettendo la risorsa. Per quanto afferisce invece al comprensorio del bacino del fiume Reno, il Consorzio bonifica renana si pone due obiettivi: garantire acqua all’agricoltura e disincentivare colture idroesigenti. La governance dovrebbe costruire rapporti fra gli enti per gestire problemi che non hanno un confine amministrativo. L’attuazione delle politiche di Blue Ap richiede, infatti, un commitment politico a tutti i livelli.

La parola passa a Giacomo Stefanini, founder di WAMI, start-up milanese nata un anno e mezzo fa. WAMI è un marchio che nasce con una missione: portare acqua nelle zone in cui non c’è. Mediante la vendita di bottigliette di acqua oligominerale di montagna, WAMI ha dato vita a tre progetti di costruzione di mini reti idriche (uno in Etiopia e due in Senegal), che hanno portato acqua potabile a circa 2000 persone. Il problema è, per lui, legato alla povertà, non alla siccità: in questi paesi mancano infatti gli strumenti che consentano alle persone di portare l’acqua in superficie. Ogni bottiglia da 50 cl venduta equivale a 100 litri d’acqua donati; in un anno e mezzo questa B Corp, azienda for profit con una missione sociale, ha venduto 750.000 bottiglie.

Florence Colleoni, glaciologa di CMCC Climate, utilizza modelli numerici per capire l’andamento dei ghiacciai in base ai cambiamenti climatici. La studiosa ci racconta della spedizione in Antartide a cui ha preso parte lo scorso anno insieme ad altri venti scienziati. La missione consisteva nel consolidare le infrastrutture e misurare i cambiamenti delle masse d’acqua dell’Antartide dovuti al riscaldamento globale, per capire come essa sia evoluta nel passato e come evolverà nel futuro. Partita dalla Nuova Zelanda, in dieci giorni ha raggiunto la base Zucchelli, sul Mare di Ross. In questa occasione ha constatato, per la prima volta, l’assenza di ghiacciaio marino (quello che si forma per congelamento dell’acqua di mare), diverso dall’accumulo di neve, tipico dell’Antartide, che invece non si scioglie mai. La situazione dei ghiacciai può essere assunta come termometro del pianeta: essi, infatti reagiscono lentamente ai cambiamenti climatici e, probabilmente, non abbiamo ancora assistito agli impatti sui ghiacci dei grossi mutamenti attuali.

È la volta di Beatrice Ruggieri, dottoranda del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà, che illustra la relazione tra cambiamenti climatici e mobilità umana. La sua ricerca si basa sull’osservazione delle modalità con cui il cambiamento climatico va ad impattare sulle migrazioni nei piccoli stati insulari (AOSIS), in particolare quelli in via di sviluppo. È un gruppo suddiviso in tre macroregioni altamente eterogenee, accomunate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Questi hotspots sono particolarmente vulnerabili per svariati motivi: la conformazione del territorio, gli stress climatici (uragani, tempeste), gli stress geofisici (terremoti, eruzioni vulcaniche) e gli stress collegati all’attività dell’uomo (agricoltura intensiva, prelevamento di acqua di falda). Uno dei casi più emblematici è l’arcipelago di Tuvalu, grande 26km2 e caratterizzato da scarse risorse naturali: non avendo corsi d’acqua, l’uomo può fare affidamento esclusivamente sulle precipitazioni. Gran parte della popolazione di questi piccoli stati insulari sarà costretta a spostarsi perché gli eventi estremi climatici diventeranno non solo più frequenti, ma anche più intensi. Le migrazioni ambientali, fenomeno che è sempre esistito, assumeranno contorni sempre nuovi anche se spostarsi non è facile: occorre avere risorse economiche e relazioni sociali nello stato di destinazione.

Luca Basile, di rete Aria Pesa, ci parla di un programma di cittadinanza attiva in cui i residenti diventano protagonisti della realtà custodendo un campionatore di biossido di azoto. I 340 campionatori consentono di effettuare una mappatura della concentrazione di questo inquinante; è un progetto non solo di misurazione, ma anche di consapevolezza, in cui i cittadini possono verificare personalmente la qualità dell’aria che respirano. Bologna nel 2017 ha sforato tutti e tre i parametri dell’aria; a Porta San Felice, ad esempio, è emerso che la qualità dell’aria è del 40-50% peggiore rispetto a quella dei Giardini Margherita. Rendere i cittadini protagonisti della partecipazione anche nella pianificazione urbana (ne sono un esempio i Prati di Caprara) fa emergere le incoerenze della politica, che vorrebbe costruire un centro commerciale nell’area del bosco urbano; a questo proposito è stato costituito un comitato scientifico (“Comitato rigenerazione no speculazione”) che, mediante la selezione di 100 cittadini, partecipa al percorso di riprogettazione e si oppone ad alcune opere collegate al restyling dello Stadio Dall’Ara.

Dopo i talks, tenuti nella suggestiva cornice della Sala d’Ercole di Palazzo Poggi, si passa al cibo resiliente e alle degustazioni a cura di VETRO, in collaborazione con Alce Nero. In contemporanea, #IncontriDivini: due chiacchiere ed un calice con i viticoltori di Gusto Nudo - Vignaioli Eretici ed IL Pollaio

L’ultimo intervento è di Marirosa Iannelli (Water Grabbing Observatory), co-autrice, con Emanuele Bompan, del volume appena uscito “Water grabbing. Le guerre nascoste per l'acqua nel XXI secolo”. I cambiamenti climatici hanno, fra le cause principali, la crisi idrica che da qui al 2050 porterà più di un terzo della popolazione a migrare. Uno dei focus presenti nel libro riguarda il conflitto israelo-palestinese, contesa per il controllo delle infrastrutture idriche che rappresenta uno dei cinque punti chiave dei trattati internazionali. Ora assistiamo ad una situazione di stallo: Israele ha il pieno controllo delle infrastrutture idriche e lo scenario che abbiamo di fronte è il seguente: da un lato ville con piscina e, dall’altro, separate mediante condutture dell’acqua, le case palestinesi, prive dell’accesso diretto alla risorsa e della possibilità di allacciarsi alle condutture. In Italia non vengono fatte valutazioni ambientali e sociali adeguate: il referendum non si è concretizzato e, se da una parte c’è una ripresa della gestione dell’acqua (volontà di investire in efficienza delle infrastrutture e qualità dell’acqua -ne sono un esempio Milano e Torino-), dall’altra rischiamo di sfiorare la crisi idrica (il 41% delle tubature nazionali è bucato) e dobbiamo fare i conti con le falde acquifere inquinate (esempi paradigmatici sono in Veneto e in Puglia). L’auspicio è quello di andare verso la cultura dell’acqua e, soprattutto, dell’acqua pubblica.

A seguire assistiamo alla proiezione di CHASING ICE, film vincitore del News and Documentary Emmy award for Outstanding Nature Programming nel 2014 e candidato agli Oscar. Diretto da Jeff Orlowski, racconta la nascita del progetto EIS (Extreme Ice Survey) ad opera del fotografo James Balog, che organizza una spedizione nata con lo scopo di documentare l’inarrestabile cambiamento climatico in corso. Mediante l’installazione di diverse macchine fotografiche (12 in Groenlandia, 5 in Alaska, 5 in Islanda e 2 in Montana, raggiunge perfettamente lo scopo di testimoniare le conseguenze del riscaldamento globale. Nel dimostrare il cambiamento del paesaggio attraverso le immagini, Balog si trova davanti ad una sconcertante realtà: “Questa è una scheda di memoria: la memoria del paesaggio. Un paesaggio che non c’è più”. Il ghiaccio racchiude una storia, quella del clima, nascosta nel ghiaccio come gli anelli degli alberi. Di fronte allo scetticismo e alla percezione falsata che caratterizza l’opinione pubblica in merito ai cambiamenti climatici, Balog fa riflettere sull’irreversibilità della situazione, che è a un punto di non ritorno, e spiega come gli uomini siano gli unici responsabili del mutamento dell’era geologica che stiamo vivendo.

Colui che è considerato il figlio della fotografia paesaggistica (laddove Ansel Adams ne è ritenuto il padre) ci pone davanti a un pressante imperativo: “THERE’S NO TIME!” perché, a dispetto di quanto ritengano gli scettici, “GLOBAL WARMING IS REAL!”.